giovedì, 19 novembre 2009

il nome prometteva bene

il signor battisti cesare, a dispetto del nome illustre e probabilmente delle collegate aspettative paterne, è un delinquente e un assassino comune. trascrivo in breve la sua fedina penale, i numeri parlano da soli: quattro omicidi passati in giudicato (a tre partecipò direttamente, l'altro lo ideò: vabè che i giudici non sono infallibili, ma un poker di errori mi sembra improbabile), varie rapine (una con tanto di sequestro di persona), atti di libidine violenta (per giunta su una persona incapace), militanza attiva in un noto e sanguinario gruppo eversivo di estrema sinistra, diversi soggiorni in cella sparsi qua e là. più volte arrestato fin da ragazzino, deve scontare l'ergastolo ma è latitante dal 1981, prima in francia e poi in brasile, dove siccome non è del tutto scemo si è riciclato come scrittore. il signor battisti cesare scriverà anche bene, ma la smetta di lamentarsi perchè l'italia sta finalmente ottenendo una sacrosanta estradizione. il signor battisti cesare urla, strepita, grida alla persecuzione, fa sciopero della fame, frigna, minaccia di ammazzarsi e blatera altre amenità tipiche di un uomo tutto d'un pezzo. il signor battisti cesare vuole la grazia per ragioni umanitarie e sostiene di aver diritto a una vita serena, avendo chiuso col suo passato turbolento. peccato che prima di voltare pagina sia buona cosa pagare il conto: altrimenti è troppo comodo. per me battisti cesare è tutto tranne che un signore: stia un po' in gattabuia, e per giustizia, mica per vendetta. del resto, quando uccideva la gente, non gli fregava nulla dei diritti umani.

e tralascio schifato la scelta del comune di milano di dare l'ambrogino a marina berlusconi e ai vigili che fustigano i clandestini.

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giovedì, 19 novembre 2009

sorpresa

per una questione di impegni blogghistici sono andato in cartoleria e ho domandato di soppiatto se per caso avevano della carta da lettere. pensavo che internet e i cellulari avessero mandato in naftalina questa merce, che usai copiosamente a suo tempo quando intrattenevo corrispondenza scritta a mano con un sacco di gente. poca, ma ne avevano: un piccolo segno di speranza, anche se ormai anch'io uso quasi solo la tastiera.
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martedì, 10 novembre 2009

oggi...

...sarebbe stata una giornata perfetta, se non mi si fosse incastrato il collo. ahia!

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lunedì, 09 novembre 2009

vent'anni dopo

non c'era internet e non c'erano i cellulari. ricordo che le lezioni erano appena cominciate, quel giorno non ne avevamo ma il nostro gruppetto di balde matricole si trovò lo stesso a milano: la cattolica era la nostra berlino ovest e noi, provincialotti eccitati, profittavamo di ogni occasione per esplorarla fin nei più reconditi anfratti. dunque tornai a casa col treno delle nove, sgranocchiai qualcosa e accesi distrattamente la tv. le immagini mostravano una folla mai vista in festa, una lilli gruber non ancora stagionata raccontava le ore febbrili dell'inattesa caduta del muro. i berlinesi dell'est passavano a piedi e in trabi la frontiera non più proibita, accolti a braccia e birre aperte dai fratelli dell'altra parte, mentre a migliaia si arrampicavano sulla parete della vergogna, incuranti del pericolo di farsi male: per 28 anni avevano sfidato il fuoco dei vopos (spariti: chissà quanti di loro si sono comodamente riciclati nella nuova germania), niente poteva più essere così rischioso.

quel giorno era il 9 novembre 1989, mi tremano i polpastrelli a scrivere la data. sembra ieri e son passati vent'anni, il muro ne durò appena otto di più: in fondo quell'arroganza ebbe la vita breve che si meritava, ma è meglio non dirlo a chi la subì. la caduta del muro è un fatto epocale: tutti ci ricordiamo dove eravamo e cosa facevamo in quelle ore, come sappiamo bene dove ci colsero lo sbarco sulla luna, italia-germania 4-3, gli attentati degli anni di piombo, la morte di moro, il mundial '82, l'incidente di senna, per i più attempati l'inizio e la fine delle guerre.

eravamo giovani universitari a caccia del sapere e del futuro: la caduta del muro sconcertava tutti, compresi i tanti che l'avevano desiderata. perchè la cortina di ferro cristallizzava le semplicistiche certezze nelle quali ci avevano allevati: di qua il bene, di là il male; di qua la libertà, di là l'oppressione; di qua la ricchezza, di là la povertà. oggi, se non siamo ipocriti, sappiamo che non era tutto così chiaro, né di là né di qua. ma allora eravamo come naviganti che all'improvviso devono reinventarsi la bussola impazzita, capivamo che tutto cambiava ma non sapevamo come sarebbe cambiato. il più attonito era f., un simpatico comunista doc di bergamo: lo pigliavamo affettuosamente in giro, ma era di gran lunga il più in gamba di noi, mi stupirei se scoprissi che non ha poi fatto carriera da qualche parte.

ho letto e studiato molto di quel periodo, degli antefatti e del dopo unità tedesca. mi sono convinto che, se uno vuol capire davvero, le ideologie contrapposte spiegano fino a un certo punto. è molto più illuminante la testimonianza della gente comune. la vita quotidiana della germania est era un concentrato di macabra ironia: basta pensare che si definiva democratica. gli uomini, e i regimi sono fatti di uomini, hanno uno spiccato senso del ridicolo: chiamano capo verde un'isola brulla, groenlandia un'inospitale benchè affascinante terra di ghiacci, pacifico un oceano scosso da tifoni, uragani, tsunami, vulcani e terremoti. perciò mi permetto di consigliarvi alcuni libri (uno, due, tre, quattro) e un paio di film (uno, due), forse più veritieri di tanti documentari retorici che andranno in loop televisivo oggi. io, più che altro, cercherò di dribblare vespa: l'unico muro che non casca mai.

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giovedì, 05 novembre 2009

carosello

non sto qui a fare il nostalgico, non servirebbe: ma da bambino andavo a letto dopo carosello. mi è venuto in mente guardando - anzi, vedendo: non guardavo, ho solo visto - uno dei tanti spot imbecilli della tv. ricordo come fosse oggi che il 1° gennaio 1977, quando seppe che carosello finiva, ciccio seienne pianse: forse già sapeva che papà non avrebbe cambiato abitudini. continuò a spedirmi a nanna presto, e se c'era tipo una partita mi lasciava sul comodino un biglietto col risultato.

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sabato, 31 ottobre 2009

sono commosso

oggi ho imparato a usare il t9.

aggiornamento di lunedì 2/11: il cellulare è morto dall'emozione.

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martedì, 27 ottobre 2009

piddì

ho votato alle primarie del pd: mi sarebbe piaciuto puntare al meglio, come al solito ho dovuto guardare il meno peggio. adesso mi accontenterei che la smettessero di azzuffarsi, ma le premesse non sono le migliori. troppa gente lì dentro continua a preferire le misere rendite di una posizione perdente al rimettersi in gioco in una coalizione vincente, o almeno competitiva.

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mercoledì, 21 ottobre 2009

posto fisso

infuria la polemica sul posto fisso sì o no. ovvio che d'istinto direi sì anch'io, ma poi ci penso bene e mi vien voglia di andare più a fondo: altrimenti si rischia il semplicismo, quindi la demagogia a buon mercato. più che al posto fisso - che ha la controindicazione del probabile lassismo di chi ha il lavoro assicurato - io tenderei alla dignità di tutti i posti e dei relativi stipendi: cioè, non importa che io sia stabile a prescindere, perchè è giusto che sul lavoro ci siano competitività e un po' di pepe al culo, ma è fondamentale che nessuno mi tratti di merda e le retribuzioni siano decenti. ora come ora, con tutta la deregulation spacciata per imprescindibile esigenza macroeconomica che c'è stata negli ultimi anni, troppa gente, soprattutto giovane, è precaria nella forma e anche nella sostanza. poi dice che le nuove generazioni sono piene di peterpan, e cosa dovrebbero fare?

magari si trovasse il modo di mantenere le persone senza il posto fisso, eppure con un salario per lo meno giusto. parola di uno che, secoli fa, scelse ragioneria perchè dava pur sempre un pezzo di carta, mai usato, e oggi è cassintegrato nonché quasi cassadisintegrato. e a quanto pare non sono il solo a pensarla così.

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sabato, 17 ottobre 2009

maniere forti...

...chi ha detto che non servono? stasera non partiva la caldaia, ero al freddo e al gelo. le ho provate tutte, alla fine, esasperato, ho assestato una manata al termostato generale. beh, in quella si è messa a funzionare.

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mercoledì, 14 ottobre 2009

chiostri

tutti abbiamo almeno un posto dove siamo stati felici. il mio è l'università cattolica di milano. per molti anni, dopo il traumatico aborto della mia carriera accademica, ho sofferto pene infernali al solo pensiero di recarmi colà: era al tempo stesso il simbolo e la conseguenza più concreta di quello che ho definito il mio periodo di merda. lì sono passato dal paradiso all'abisso, lì è morta la mia prima vita ed è cominciato il guazzabuglio della seconda. lì, insieme agli esami mai dati e alla laurea mai presa, sono rimasti un grosso pezzo del mio cuore, amicizie profonde, una montagna di se e di perchè.

siccome il passato, quando non ci chiudiamo la porta alle spalle, esige sempre qualcosa di ritorno, in questi giorni sono sceso più volte laggiù per sistemare antiche pendenze burocratiche. sarà la saggezza dell'età, sarà il distacco del tempo che corre, sarà la diversa prospettiva con cui mi volto indietro: fatto sta che in quei chiostri magici, in quei corridoi austeri, in quelle biblioteche zeppe di sapienza, in quelle aule prodighe di ricordi non mi sono più sentito (auto)esiliato e non mi è neppure venuto da piangere. mentre ero in fila ho ascoltato i discorsi sereni o affannati di matricole, studenti e laureandi. mentre sgranocchiavo qualcosa appollaiato sui muretti ho frugato tra la folla della quale vent'anni fa ho fatto parte, ritrovando in queste giovani formiche fiduciose nel futuro i tratti dello studente bravo e un po' balengo che a suo tempo sono stato. mentre pagavo dieci euro allo sportello bancario interno mi è sovvenuto quando tutto si faceva a mano, e bisognava correre come criceti per esaurire le beghe formali. discutendo con la tipa della segreteria ho rivisto con un sussulto intimo i documenti originali che compilai e firmai di mio pugno nell'estate del 1989, quando, neodiplomato col massimo dei voti, diedi picche a banche e assicurazioni - tra le proteste indignate di mia madre - perchè, risposi con orgoglio a chi mi aveva cercato per un colloquio, volevo fare il giornalista. ho persino riconsegnato il libretto senza storie: un feticcio che ho conservato religiosamente in questo frattempo, per continuare a illudermi di poter tornare indietro a rigirare la scena venuta male.

forse è il segno che finalmente guardo avanti, obbligato dagli eventi che pretendono decisioni secche.

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